Helena Hladilová “Battito”

Conterranei 2026 – residenza artistica, Castello di Cireglio, Pistoia

Da non molto tempo Castello di Cireglio ha un suo libro di racconti; è una narrazione corale, scritta da persone che sono nate e cresciute nel paese o che negli anni hanno frequentato questo piccolo e prezioso luogo. La sequenza di storie brevi, sempre piene di movimento e di colore, restituisce il carattere della gente, i rapporti, il paesaggio, gli scenari e, inevitabilmente, i tanti cambiamenti avvenuti. In uno degli episodi finali della raccolta una voce si risveglia, è proprio quella di Policarpo Petrocchi che si compiace di come il borgo sia rifiorito grazie alle cure dei suoi abitanti e che al contempo si cruccia perché qualcosa di essenziale è andato perso. Si è smarrito il battito, così sostiene la voce. In altre parole, il grande compaesano fatica a ritrovare la condivisione, il sentire comune e la partecipazione che in altri periodi portavano gli abitanti a chiamarsi, con orgoglio, “noi del Castello”. Attraverso una delle imprevedibili rotte che fanno incontrare le dimensioni temporali e geografiche, questo brano è diventato d’ispirazione per l’opera Battito di Helena Hladilová.

L’artista, che lavora soprattutto con la scultura, in un’incessante sperimentazione di materiali e forme, da alcuni anni si è concentrata sul tema della metamorfosi. Rifacendosi in parte alle storie inventate da lei stessa per i propri bambini, e in parte alle memorie tradizionali della sua terra d’origine, la Repubblica Ceca, Helena nel tempo ha realizzato una serie di trasposizioni scultoree che, pur nella varietà, sono accomunate dal riferimento alla mutazione e all’ibridazione. Spesso si tratta di animali e vegetali che evolvono in modo imprevisto o che si combinano tra specie e specie. Durante il periodo di residenza a Castello di Cireglio l’artista ha ritrovato nella natura e nell’abitato tante similarità con la zona dell’Amiata dove da anni vive; data l’usanza antica, nelle zone montane, di impastare il terriccio di castagno e altri componenti naturali come intonaco esterno, ha deciso di dedicarsi a un bassorilievo che riprendesse tale tecnica, usando le materie locali e rielaborando il racconto scritto che si è citato. Sullo sfondo di un muro di pietre, di una casa in disuso, lo stesso che serve da supporto per l’opera, una coppia di uomini anziani discute sedendo su una panca, intorno a loro sono disposti alcuni attrezzi agricoli, e vicine sembrano emergere delle strane creature mutanti, delle galline con più teste, una sorta di grifone mitologico con il corpo di volatile e la testa di gatto. Nella fantasia accesa della rappresentazione, che viene proposta in modo decostruito, come un invito per le persone a ricomporla, risuona un suggerimento sulla realtà delle cose: ciò che è stato, o a un certo momento termina oppure prosegue in altro modo. Castello di Cireglio non sarà più quello di Petrocchi e delle generazioni subito seguenti, ma il ricordo di un’altra epoca, per quanta la malinconia, vale come stimolo per porsi in modo creativo e costruttivo nei confronti di quanto c’è adesso. Come un rilievo a base di terriccio di castagno dà corpo a delle immagini sorprendenti, così il presente di una comunità è una sostanza ancora da plasmare.

Foto crediti: Leonardo Morfini

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