Parola d’Artista – intervista a più voci

Intervista a più voci a Matteo Innocenti
Le voci sono di David Casini, Marco Andrea Magni, Enrico Vezzi, Zoya Shokoohi
 
David Casini – Eliminare la carne, La Portineria, Firenze, 2020 – courtesy l’artista

David Casini: Il nostro ultimo progetto insieme alla Portineria di Firenze ha inaugurato in un giorno molto particolare. Parliamo del 20 febbraio 2020, che avevo scelto perché coincideva con giovedì grasso, il giorno che dà il via ai sei giorni di festeggiamenti carnevaleschi. Il titolo della mostra era “Eliminare la carne”, proprio in previsione dell’inizio della quaresima. Ricordo anche che nei giorni dell’allestimento, per scherzare, mi chiamavi “mascherina” (forse in riferimento alle sei maschere in porcellana presenti in mostra), un termine che in pochi giorni sarebbe diventato virale. Quello stesso giorno infatti venne individuato il primo caso di coronavirus a Codogno. Dunque altro che quaresima, dopo un paio di settimane arrivammo al lockdown. Nel mio perverso e divertito pensiero vengo al punto: pensi che l’arte contemporanea possa prevedere il futuro? Ti viene in mente qualche caso specifico?

Domanda curiosa e… pericolosa! Si può commettere l’errore, in storiografia, di collegare tra di loro eventi e oggetti del passato in modo forzoso. Eppure, al netto di questo, ti rispondo di sì; io credo che gli artisti con la loro sensibilità siano in grado di avvertire l’andamento degli eventi prima che essi si realizzino in modo completo. Potremo anche cambiare un po’ la prospettiva, ovvero non considerare il tempo come un tracciato lineare da un punto precedente a uno successivo – ciò che ancora si fa nella mentalità comune sebbene sappiamo non sia corretto; lo stesso vale per la natura umana, non ritengo si possa sostenere che ci sia una progressione diretta: tante acquisizioni per noi fondamentali sono avvenute secoli o millenni fa, e tante altre le abbiamo perse. Voglio dire che esistono delle questioni che attraversano la nostra specie costantemente, ora in modo più incisivo ora meno; ecco l’arte ha la capacità di confrontarsi con quanto ci appartiene dal remoto passato e che ci apparterrà fino al remoto futuro, e questo può generare un senso di anticipazione (o di ritorno) rispetto agli accadimenti.
Mi chiedi degli esempi, mantengo questa visuale dall’alto, portando a contatto le epoche e ambiti differenti… potrei dire che “Edipo re” di Sofocle pone degli interrogativi sulla volontà, la colpa e la coscienza che ancora restano aperti, o mi pare che un “Igloo” di Mario Merz sia capace di parlare della sostanza del nostro “abitare il mondo” sin dall’alba della specie. Credo che oggi ci siano vari artisti che parlano un linguaggio rivelatorio rispetto al futuro.

Marco Andrea Magni – Briefe aus der Architektur, La Portineria, Firenze, 2022 – Chiostro, 2021, argilla, sabbia, cellulosa, carbonato di calcio, cemento, nebulizzata ogni giorno con saliva enzimatica ed essenza, 14 cm. (diametro) x 12 cm. (altezza) – la scultura deve essere mantenuta umida.


Marco Andrea Magni: Hai sempre cercato di restituire un orizzonte culturale differente. La tua pratica curatoriale si avvicina molto a una pratica della gentilezza. La tua non è mai una visione sensazionale o scoperta. È sempre un dialogo aperto e silenzioso. È importante dare tempo e prendersi del tempo attraverso l’evento dell’arte. Come si potrebbe fare, secondo te, a emancipare questo sentire e metterlo alla prova come oggetto di studio?

Penso che la questione derivi da lontano e sia ampia, per inquadrarla uso una frase netta: una società che non considera la poesia, tentenna sull’orlo della bestialità (umana). Non si tratta di essere schierati da una parte o dall’altra, ma di rilevare che il disequilibrio della nostra cultura verso ciò che è apparente, immediato, invasivo, eclatante, finisce per limitarci, così come avverrebbe all’opposto. Ritengo importante che l’arte non abbandoni mai la dimensione dell’attesa, dell’ascolto, dell’approfondimento, perché essa è uno dei pochi ambiti di resistenza che ci sono rimasti rispetto a un flusso caotico generalizzato. Un caro amico comune, artista di esperienza, Fabio Cresci, più volte mi ha ricordato un passaggio delle “Lettere a un giovane poeta” di Rainer Maria Rilke:«Essere artisti significa: non calcolare o contare; maturare come l’albero, che non incalza i suoi succhi e fiducioso sta nelle tempeste di primavera, senza l’ansia che dopo possa non giungere l’estate.» È del resto reale quanto, con la tua sensibilità, sottolinei: come fare ad emancipare questo sentire quando la moda del tempo è altrove? Forse, Marco, il modo è quello più naturale: dichiararlo e metterlo in atto. Se noi pratichiamo la necessità di un tempo esteso e riflessivo, e come noi lo fanno altri – perché sono convinto che non sia un sentire di pochi – giorno dopo giorno daremo il nostro contributo per l’emergere e svilupparsi di qualcosa che riteniamo importante.

Enrico Vezzi – A Place to Be, Lato, Prato, 2016 – Future In My Mind – Music for Commoner – 2016 – impianto audio, microfoni a contatto, light-box, libro “Il Cerchio da Chiudere” Barry Commoner,1971 – in collaborazione con Remo Zanin.

Enrico Vezzi: Qual è per te l’attuale missione del curatore? Sia in rapporto agli artisti, che alla società intendo. Qual è la tua personale missione come curatore della Portineria? Quali sono le tue stelle polari?

In questi anni di ricerca (artistica nello specifico, ma più in generale culturale), mi sono avvicinato molto a una parola, da intendersi letteralmente: mediazione. Premetto che esprimo una visione soggettiva, correlata all’esperienza personale e in riferimento esclusivo all’arte contemporanea.
Lasciando da parte certi protagonismi che la figura del curatore ha manifestato negli anni a scapito degli artisti stessi e, in fin dei conti, delle opere, non mi hanno mai convinto della curatela neppure l’approccio prevalentemente organizzativo o manageriale – che per me sono componente necessaria ma non centrale – e l’approccio tematico, cioè il curatore come sviluppatore di temi più o meno ampi attraverso le opere e il loro allestimento. A riguardo della seconda eventualità, faccio fatica a ricordare una mostra il cui enunciato avesse una qualche valenza effettiva, mi pare che ciò valga anche per le grandi manifestazioni come Biennali et similia, dove le condizioni materiali e il potere decisionali sono ampi; ora, non c’è da inquietarsi troppo a questo riguardo, nonostante la nostra attualità sia caratterizzata anche dal flusso continuo di opinioni, poche persone oggi riescono a condividere visioni incisive, comprensive, condivisibili, per cui non sarebbe giusto ritenere che il curatore dovesse avere in ciò delle abilità particolari. Ma deve esserci stata una fase di confusione, o forse meglio chiamarlo un miraggio, a partire da cui il curatore ha pensato di essere preparato rispetto a ogni ambito: fenomeni sociali, diritti, colonialismo e migrazioni, storia, folklore, ambiente, geografia e così via (un processo del genere in modo corrispettivo è avvenuto anche per tanti artisti). Il fatto piuttosto evidente è che, almeno lui o lei non stia investendo la propria vita su alcuni argomenti, il curatore non è che un parvenu della cultura, con una possibilità pari allo zero di incidere davvero nel dibattito pubblico. Lo squilibrio tra la potenza argomentativa che la curatela si arroga e il suo restare misconosciuta alla quasi totalità della popolazione mi pare indichi abbastanza chiaramente questo fatto. Io credo che il nostro compito in quanto curatori sia più limitato ma non per questo privo di importanza, anzi. Nella mia visione una mostra è l’esito della prassi attraverso cui il curatore svolge la propria mediazione critica: presentare al pubblico una ricerca artistica, per tramite delle opere, dopo averla conosciuta approfonditamente. Non si tratta di dare un valore ulteriore o un valore diverso, ma creare le condizioni giuste affinché possa avvenire l’incontro tra le opere e il pubblico – sapendo che nel corso di questo stesso incontro, la figura del curatore svanisce. In alcuni articoli ho fatto riferimento a una formula, un po’ paradossale “filologia per l’arte contemporanea”; il curatore di arte contemporanea ha la necessità, e il vantaggio, di svolgere la propria azione tramite le fonti dirette, che significa primariamente: attraverso la conoscenza personale degli artisti e la loro frequentazione. Per necessità di sintesi ho dovuto tralasciare alcuni passaggi dell’argomentazione, ma la sostanza è questa. E riguardo le stelle polari non farei dei nomi ma scriverei due valori: correttezza e responsabilità.

Zoya Shokoohi – Salvo imprevisti, tornerò domani, La Portineria e Satellite, Firenze, 2020 – Untitled – smalto su vetro – 150 x 60 cm – 2020

Zoya Shokoohi: La Portineria che missione ha nel quartiere? E, rovescio della domanda, la Portineria, trovandosi in un quartiere residenziale, all’interno di un palazzo, come può lasciare un segno nell’arte attuale? Tra queste due prospettive qual è primaria per te in quanto curatore?

In effetti tutta la progettualità della Portineria deriva anche dalla sua specificità: luogo che ha avuto funzione di portineria per oltre trenta anni in un palazzo progettato nei primi anni Settanta dello scorso secolo dall’architetto Oreste Poli (da cui il nome, Palazzo Poli), tuttora abitato. Mi sono posto spesso la questione del rapporto tra l’arte e le persone, e quando ho iniziato a immaginare la programmazione per questo spazio non profit, ho ritenuto che essa dovesse restare centrale, insieme ad un’altra esigenza, ovvero disporre di un luogo dove portare avanti la ricerca curatoriale.
Direi che la missione nel quartiere è di rendere riconoscibile la Portineria come un luogo dove si sperimentano delle progettualità non comuni (peraltro la zona, a sud di Firenze, seppur molto bella per abitarci, soffre l’assenza di attività culturali); dapprima si tratta di stimolare una curiosità e poi di tentare di avviare una relazione – ben sapendo che ci si confronta con un processo lungo e molto complicato, dagli esiti variabili. Vorrei che le persone avessero semplicemente coscienza del luogo; la decisione di accettarlo, comprenderlo, frequentarlo a mio avviso è del tutto personale e solo minimamente può e deve essere influenzata. Con la Portineria cerco quindi di dare un piccolo contributo, come stanno facendo tanti altri spazi non profit in Italia: il lavoro da fare, a livello collettivo – affinché uno spazio di arte contemporanea non sembri un corpo alieno alla maggioranza delle persone -, è ancora agli inizi.
Per quanto riguarda il lasciare un segno nello scenario artistico attuale, se intendiamo rispetto alle dinamiche culturali e artistiche di Firenze (ma potrebbe trattarsi di un’altra città), devo ammettere in sincerità di esserne interessato in modo limitato: il mondo dell’arte è intriso di ipocrisia e competizione malevola, sarà l’età ma questo ormai mi affatica e basta, preferisco lasciarlo. Se invece intendiamo una collocazione rispetto a una temporalità meno circostanziata e più estesa, mi piacerebbe molto che un giorno la vicenda della Portineria venisse indagata da qualche giovane ricercatrice o ricercatore.

Parola d’Artista

 

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