Hito Steyerl: immagini al tempo del riscaldamento globale

Articolo pubblicato su Antinomie.

«Una descrizione utile al discorso che svilupperò in questo libro del capitalismo nell’era dell’intelligenza artificiale potrebbe essere: potenza di calcolo più burocrazia.» Il passaggio, dall’introduzione della più recente raccolta di saggi di Hito Steyerl, ha valenza esplicativa e programmatica: nei testi la relazione fondamentale tra potere computazionale e tecnopolitico viene svolta secondo prospettive varie e connesse, mantenendo come centro focale le immagini.

Il metodo è quello per cui la Steyerl si è distinta in ambito artistico e accademico – tenuto fermo che nel suo caso dividere tra prassi e teoria risulta un esercizio sterile nonché errato, non operando lei stessa alcuna cesura: ovvero la combinazione, con ampia libertà, di eventi, dati, studi e narrazioni che spaziano tra il vero, il verosimile, e il falso, così da svelare e rivelare alcuni aspetti reconditi, tanto più incisivi quanto meglio celati, del presente. Il sostrato teorico origina dalla Scuola di Francoforte e dalla critica sociale svolta dagli intellettuali che le dettero corpo, soprattutto Adorno. E di tale scuola la Steyerl ha sempre corso anche il rischio della deriva, cioè quello di una maggiore o esclusiva attenzione prestata agli aspetti negativi del proprio oggetto di studio, come se, nel caso specifico, ogni ritrovato tecnologico concorresse deterministicamente a un piano volto al disastro.

Nel precedente Duty Free Art (2017) tale pericolo veniva sventato e la tendenza personale all’accumulazione di elementi, per via analogica piuttosto che logica, sì risolveva in un insieme organico. Medium Hot. Intelligenza artificiale e immagini ai tempi del riscaldamento globale, che di fatto rafforza alcune intuizioni elaborate allora, e dunque del primo libro non ha la stessa novità, cede talvolta all’arbitrarietà e alla dispersione, al punto che due fatti del tutto distinti possono venire accomunati sulla base del mero carattere polisemantico di una parola, oppure trovano posto ipotesi azzardate quanto un volo pindarico, come nel caso dei rendering di corpi umani sballati dagli algoritmi, messi in rapporto alla focomelia causata da avvelenamento da talidomide (fatto reale che avvenne a partire dagli anni Cinquanta in vari paesi). A ciò si aggiunge talvolta la sicumera, così il capitolo finale, che ha un taglio pseudonarrativo, si risolve in un’ironia autocompiacente e piuttosto noiosa.

Difetti che invece non risaltano nei progetti artistici, come dimostra anche The Island, complessa installazione attualmente all’Osservatorio Fondazione Prada di Milano (fino al 30 ottobre 2026). A prevalere è comunque la capacità della Steyerl di analizzare con lucidità esemplare fenomeni attuali e apparentemente normalizzati, e nel proporre visioni alternative. Proveremo di seguito a estrarre alcuni punti fondamentali dal magma della sua discorsività e a ordinarli in modo utile alla trattazione. 

Iniziamo da un paio di fatti. La diffusione sempre più pervasiva dell’intelligenza artificiale generativa, soprattutto nella produzione di immagini, e l’impiego rilevante di risorse tecniche, energetiche e umane che rende possibile tale produttività. Che la tecnologia tenda ad apparirci astratta sebbene la sua essenza sia sempre concreta è questione che viene approfondita da anni; basti qui citare il contributo di Kate Crawford (si veda il suo Atlas of AI, tradotto in italiano come Né intelligente né artificiale. Il lato oscuro dell’IA), la quale ha svolto inchieste utili a mostrare quali siano le materie di cui si “nutre” l’IA, tra cui: terre rare, minerali, acqua, energia, e certamente dataset di dimensioni abissali; ragione per cui la ricercatrice australiana si è spinta a definire lo scenario odierno come una nuova industria estrattiva. La Steyerl, da queste basi condivise, e senza negare l’utilità dell’IA in molti ambiti, cerca di penetrare più specificamente nel regime della visibilità, per rintracciare e dimostrare le prassi proditorie che stanno dietro alcune apparenze. Un caso emblematico di applicazione dei suoi metodi d’indagine proviene dall’immediato passato. Oggi in pochi tornano a pensare agli NFT (Non-Fungible Tokens), sebbene durante il periodo pandemico essi fossero al centro di un vortice mediatico e che molti addetti ai lavori – assai meno gli artisti, conviene sottolinearlo – sostenessero la loro importanza e durevolezza. Si trattò di hype più che di sostanza, come si scoprì non appena terminati i postumi dell’inebriamento. Eppure, qualcosa accadde se, limitandoci a pochi ma indicativi esempi, l’allora misconosciuto Beeple piazzò il suo patchwork di immagini digitali Everydays: the First 5000 Days per una cifra di circa 69 milioni di dollari, se il Centre Pompidou acquisì in collezione vari NFT e se il numero di marketplace aumentò in modo costante.

La Steyerl propose in tempi poco sospetti una teoria solida, ovvero che il sistema infrastrutturale della tokenizzazione, basato sulle blockchain, fosse stato impiegato con tanta solerzia nella produzione di arte digitale per creare fiducia nelle criptovalute, e, inoltre, che la vana promessa di una creatività diffusa, per cui anche l’obsoleta gif animata di un gatto volante poteva venire commerciata come opera, servì a rendere edotto un pubblico ampio su l’uso dei bitcoin, dei wallet e di altri strumenti utili allo scopo vero, che era la speculazione finanziaria. In che modo allora, oggi, verrebbero applicati dei processi ingannevoli nella diffusione dell’IA generativa? Per l’artista ci sono ragioni di credere che dietro le sembianze benevole di un’inventiva alla portata di tutti, e dietro ai contenuti richiesti tramite prompt, le poste in gioco siano altre, tra cui lo sviluppo di applicativi bellici sempre più sofisticati. Le persone con le proprie richieste concorrono ad allenare un sistema che, da altre parti, viene affinato come mezzo di offesa. Tra puro svago, lavoro e guerra decadono le separazioni. Le stesse aziende private che mettono a disposizione del pubblico i propri modelli, ne forniscono versioni personalizzate ai governi. La recente vicenda del contratto risolto tra Anthropic e il Pentagono, in relazione al possibile impiego di Claude nel conflitto in Iran, ne è una delle tante dimostrazioni. Da qui la coniazione del termine Da/mages, ovvero: «Combinazioni di dati e immagini che danneggiano ciò che le circonda […] trasformando guerra, marketing e sorveglianza in variazioni sullo stesso spettro.» A cui vale la pena di aggiungere: «La missione di questa offensiva mediatica a favore della creatività delle macchine, delle nuove capacità emergenti e delle macchine come entità senzienti è, in qualche modo, quella di distogliere l’attenzione dalle sue ripercussioni militari, così come dai temi ben più scomodi della disoccupazione (per molti imminente) dovuta alla tecnologia, e dagli effetti collaterali imprevedibili che potrebbe avere sul rifornimento di risorse energetiche, sull’inflazione e sull’instabilità sociale.» Peraltro, questa declinazione del sistema, votata al potere, al conflitto e al denaro non conoscerebbe limiti di sorta per quanto riguarda l’etica e persino la decenza; i sistemi IA saccheggiano impunemente i nostri dati per accrescersi, una volta che un applicativo diventa efficiente, ecco che ci viene venduto: in pratica ricompriamo una parte dei beni che ci erano stati sottratti.

Procedendo ulteriormente, è legittimo domandarsi quale sia la natura delle immagini generate dall’intelligenza artificiale, in che rapporto stiano con le altre immagini, e se siano considerabili opere d’arte quando rispondenti a dei criteri o se insistano delle ragioni particolari perché tale eventualità non si avveri e magari nemmeno possa avverarsi. Su tale punto la Steyerl ha descritto una sorta di traiettoria, a partire dalla definizione delle poor images, che si attagliavano alla prima versione del web, per arrivare alle mean images che invece rispondono allo scenario internet attuale e che sono a tutti gli effetti il prodotto di quel dispendiosissimo medium hot che dà titolo al libro (citando liberamente la celebre divisione operata da Marshall McLuhan tra media caldi e freddi, e aggiungendo il riferimento al riscaldamento globale).

Mean è una parola che nei ragionamenti dell’autrice assume vari significati, in qualità di sostantivo e aggettivo: essa è la media aritmetica, è uno strumento, è quanto risulta modesto, mediocre, persino meschino. Nella tesi avanzata si sostiene che il sistema statistico e predittivo su cui si basa l’intelligenza artificiale, tenuto conto anche delle modalità con cui viene addestrata, attualmente non può che portare alla restituzione di immagini medie, cioè rispondenti ai significati appena menzionati.

Il punto è tale: se i dataset sono enormi agglomerati in cui rientra di tutto, ne verrà fuori sempre un risultato appiattito, privo dei picchi della bassezza e dell’altezza. «Le grandi raccolte dati incentivano ricombinazioni statistiche popolari e non controverse di stili precedenti, a loro volta popolari e non controversi. Le culture digitali, orbitando intorno a nozioni, immagini e stili mediani, convergono verso questa media e creano un mainstream ipertrofico. Il risultato: una sorta di “consenso” automatizzato, con una forte tendenza per le più sciatte forme possibili di commerciabilità.»

Mi pare che ciò possa indurci ad affermare che, ad oggi, si stia riuscendo a fare arte con l’IA perlopiù forzandola, usandola in modo critico, persino avverso ai suoi stessi presupposti. Se si mettono in dissidio la sua potenza di calcolo, la sua efficienza, le sue allucinazioni, i suoi slop, allora se ne può cavare qualcosa di interessante a livello visivo e concettuale – senza che ciò certamente escluda la possibilità, più o meno prossima nel futuro, di una prassi artistica collaborativa tra la parte umana e quella artificiale.

Peraltro, l’approccio attuale potrebbe risultare “salvifico” per il sistema stesso, allontanando il rischio potenziale del ciclo di feedback. La media statistica si alimenta dapprima dei dati degli utenti, poi il sistema ne genera altri, che sono dati sintetici, ma pur sempre medi, che a loro volta vengono usati per ulteriori addestramenti, lungo un percorso che abbandonando ogni rapporto indessicale si allontana sempre più dalla realtà; si arriverebbe così a un model collapse, dovuto alla completa eliminazione di uno dei fondamenti del reale: gli eventi improbabili. Le immagini artistiche sono invece non comuni, non ordinarie, non conformi. Da qui, la loro necessità per il sistema.

Resta ancora una questione, e forse è quella fondamentale. La rincorsa alla generazione di immagini è parte della più ampia accelerazione della tecnologia. L’idea per cui quanto procede ai fini del progresso – ma sappiamo che quest’ultimo è un concetto oltremodo sdrucciolevole – non possa né debba essere rallentato, vale nella nostra società come un assioma. Niente per la verità vieta di metterlo in discussione, per esempio contrapponendogli il principio della contemperanza di velocità e sostenibilità. Le Big Tech mai hanno messo in discussione la necessità di arrivare ovunque si possa giungere, preferibilmente in anticipo. Perlopiù la spiegazione di ogni CEO suona come: se non è la nostra azienda ad arrivare per prima, ci arriverà un’altra con cattive intenzioni e allora sarà quella a dettare le regole. Ormai, chiunque stenta a crederci. La Steyerl propone un’insolita versione di questa pervicace fuga in avanti: «Forse invece stanno fuggendo via perché non vogliono accettare che, sebbene la gara e le sue conseguenze siano reali, non è per nulla chiaro se tale corsa porterà a benefici sociali ad altri che non siano grandi multinazionali, stati autoritari, economie di guerra emergenti, fornitori di energia fossile e nucleare, organizzazioni di estrema destra e simili.»

Hito Steyerl
Medium Hot. Intelligenza artificiale e immagini ai tempi del riscaldamento globale
Traduzione di Silvia Dal Dosso
Timeo, 2025
230 pp., ill. b/n, 20€

In copertina: rendering by Stable Diffusion 3, in the style of Édouard Manet.

 

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