Ragnar Kjartansson – Me and My Mother

È un’intrigante e piacevole meccanismo ironico a far sì che le opere diRagnar Kjartansson (Reykjavik, 1976) procedano agilmente fra i temi opposti della vita e della morte. Partendo da un codice noto – assimilabile allo sketch cinematografico e televisivo, ma rispetto ad essi allungato nella durata, per la ripetizione assurda di un medesimo atto – sono svelati alcuni dei nodi celati dalla normalità: come se la distensione temporale si traducesse in ingrandimento visivo e dunque lo sguardo, invitato a insistere, potesse scrutare oltre la trama degli eventi.
In Me and My Mother la condizione apparente è la semplicità; ambiente domestico comune, inquadratura fissa a due, madre e figlio fianco a fianco. Ecco che di colpo la scena deflagra: la mamma, l’eclettica attrice islandese Gudrun Asmundsdottir, prende a sputare con disprezzo e regolarità sul volto del remissivo Ragnar. Una situazione che, al posto del noto complesso edipico, riafferma la primigenia influenza della figura materna nello sviluppo individuale; e più in generale suggerisce come ogni rapporto emotivo interpersonale sia sempre una congerie di pulsioni contrastanti. Tutta questa saliva in faccia – materia di una performance che si è ripetuta ogni cinque anni e che si ripeterà fino a quando lo consentirà la salute degli attori – è una nemesi surreale in risposta a qualsiasi capriccio o crudeltà filiale.
Ragnar Kjartansson - Me and My Mother - 2010 - still da video - 20’ - courtesy l’artista & i8 Gallery, Reykjavik & Luhring Augustine Gallery, New York
Mentre la componente performativa si ripete in Satan is Real – con l’artista sepolto a metà nella terra per più di un’ora, variando infinitamente un medesimo ritornello – il piglio dissacratorio trova sviluppo in Death and the Children, breve e imprevista gita al cimitero, con la morte a guida di una scolaresca elementare. Qui gli scambi di battute e le domande insistite dei bambini, per la loro curiosità innocente, si dimostrano divertente antidoto alle pastoie “metafisiche” (e appunto questa naturale irriverenza dell’infanzia è il punto di contatto forte con il pensiero dell’artista).
The Hanging Pornographic Sea, serie pittorica raffigurante un agitato mare notturno, e soprattutto Hot Shame – The Quest of Shelley’s Heart, immagini ad acquerello del cuore del poeta inglese – secondo la leggenda, l’organo fu recuperato intatto dalla cremazione funebre e poi conservato dalla sorella scrittrice – sono insieme espressione di un’indole tardo-romantica. Il romanticismo rappresenta per Kjartansson una riserva speciale in cui ritrovare temi, motivi e argomenti da trattare alla luce della coscienza contemporanea, il che si traduce, appunto, in stile canzonatorio.
Ragnar Kjartansson - Satan is Real - 2007 - still da video - 64’ - courtesy of the artist, i8 Gallery, Reykjavik and Luhring Augustine Gallery, New York
Dotato di un carattere timido ma pieno di talenti, il giovane islandese riesce ad affascinare d’acchito; lo scotto per tale immediatezza è però il dubbio se tutti gli elementi proposti, eventualmente sommati e sviluppati, non interessino più il medium filmico piuttosto che la videoinstallazione. La simpatia beffarda, sebbene non sfrontata, genera la suggestione di un moderno Keaton islandese.

Matteo Innocenti

 

Ragnar Kjartansson – Me and My Mother
a cura di Lorenzo Giusti e Arabella Natalini
Ex3 – Centro per l’Arte Contemporanea
Viale Giannotti 81 – 50126 Firenze

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