Vanessa Beecroft: quando la modella è statuaria

Controversa, celeberrima, fra le (poche) artiste italiane note e rinomate nel mondo. È Vanessa Beecroft. L’abbiamo incontrata nel giorno della “sua” performance alla Biennale di Carrara…
Iniziamo dal presente: quali sono i tuoi progetti?
Per il futuro sto lavorando a un’importante opera che si concretizzerà nel corso del 2011, a New York. Invece l’ultima performance realizzata, VB66, si è svolta al mercato ittico di Napoli: la ritengo importante perché, oltre ai corpi di un gruppo di ragazze interamente dipinte di nero, ho utilizzato per la terza volta dei frammenti di gesso, con riferimento sia a un’idea di disagio connaturata al corpo femminile che ai ritrovamenti archeologici di Pompei.

Sembrerebbe un prologo al tuo intervento per la Biennale di Scultura di Carrara…
In effetti è così. Soltanto che, per ovvie ragioni, a Carrara ho scelto di utilizzare il marmo.

Non percepisci come un’opposizione, di tipo materiale o temporale, il rapporto tra la carne dei corpi e la pietra delle sculture?
Fino ad ora sì. Sono sempre ricorsa al corpo perché ritengo che ogni persona sia, di per sé, nell’intimità come nell’apparenza, carica di elementi sociali e politici. La scultura invece si lega inevitabilmente a un senso “tombale”. Eppure, aldilà di questo rapporto tra vita e morte, l’esperienza carrarese mi ha molto divertito.

Quanta influenza hanno i luoghi sulla tua opera? Penso a Cavallucci e alla sua scelta di utilizzare location cittadine ormai dimenticate, in totale disuso…
Il luogo è essenziale, basti pensare che le mie performance sono sempre site specific. Carrara non è stata un’eccezione, anzi. Solo in un posto “sacro” diventa possibile lavorare la pietra con tale attenzione: ricordo che durante la mia prima visita fui colpita dalla dedizione degli operai nel seguire le indicazioni di McCarthy per la realizzazione del grande escremento in travertino.

Vanessa Beecroft - VBmarmi.carrara - 2010 - courtesy l’artista - photo Benvenuto SabaQuali sviluppi ha avuto la forma artistica della performance, in questi ultimi anni?
Devo ammettere di non riuscire a guardare e valutare l’arte in modo “storico”. Ciò che posso dire è che, rispetto agli scorsi decenni, la performance viene ora accettata con maggiore serenità. Durante le mie prime esperienze ero costretta a reificare tutto con foto e video; adesso ho la libertà di sviluppare e realizzare opere effimere, di cui potrebbe anche non restare traccia.

Ultimamente come scegli le modelle?
Generalmente cerco corpi che siano simili tra loro. Poi è importante che ognuno di essi abbia una nota particolare, un quid che rimandi, per somiglianza, alla mia storia e all’arte classica.

Arte classica. Che cosa ha a che fare con la moda?
Io sono cresciuta in un contesto culturale che valutava la moda come un’arte minore, una forma espressiva da prendere in scarsa considerazione. Rifarmi ad essa è stata una piccola ribellione contro quel giudizio.

Quindi si tratta di una personale rivalutazione?
Sì, ma non in primo grado. Innanzitutto la moda è per me uno strumento visivo, come potrebbe esserlo qualsiasi altra materia. Per questo l’esito che spesso ottengo è di tipo decostruzionista.

Qual è il tuo modo di lavorare? Hai molti collaboratori?
Non ci crederai, ma non ho neanche un vero studio! Il mio spazio di lavoro è fatto dalla testa e da un MacBook. Ho un paio di collaboratori che mi aiutano a rispondere al telefono, soltanto perché, se fosse per me, non alzerei mai la cornetta…

E le tue idee sono improvvise, o sei riflessiva?
Potrei definirmi una fatalista, dato che sono in perenne attesa del destino. Aspetto le richieste di un committente, e solo a quel punto mi metto al lavoro. La cosa particolare è che, almeno fino ad ora, ho sempre cercato risultati che fossero contrari o almeno deludenti rispetto alla richiesta iniziale. Perché? Per realizzare, forse con un eccesso di idealismo, quanto definiamo “l’arte per l’arte”. Proprio in questo periodo inizio a convincermi della necessità di cambiare linea, cioè di interrogarmi maggiormente sulle aspettative del pubblico.

Vanessa Beecroft - VBmarmi.carrara - 2010 - courtesy l’artista - photo Benvenuto Saba
Che differenze trovi nel lavorare in Italia e all’estero?
L’Italia è molto importante per il riferimento continuo alla cultura classica. Per esempio la performance VB66 è stata pienamente compresa a Napoli e nel resto della penisola, ma non fuori d’Europa. Ciò avviene per una dinamica tipicamente americana, e che per me risulta allo stesso modo essenziale: negli States l’arte, prima che concetto, diventa elemento sociale. Una donna nuda non è solo un’idea, ma un riferimento preciso alla condizione femminile.

A questo proposito raccolgo una delle critiche che ti vengono mosse più di frequente: le tue donne sono oggetti?
È il contrario, uso i corpi per rendere un modello forte di personalità e bellezza femminili. Il mio linguaggio si sviluppa su una linea di confine e per questo potrebbe apparire ambiguo, mentre in realtà è determinato: l’uso di alcuni elementi mira a criticare la retorica femminista più ottusa. Il ricorso a espressioni forti ha il fine, pur con mio rammarico, di generare una reazione emotiva nei contesti che non approvo.

Quali sono gli artisti contemporanei a cui ti senti più vicina?
Anche se mi rendo conto che è un errore, non guardo in maniera precisa quello che mi avviene intorno. Posso dire che a livello complessivo noto dei fattori positivi, mi pare che gli artisti stiano abbandonando l’atteggiamento celebrale del recente passato per riavvicinarsi alle grandi avanguardie, soprattutto alle tecniche e alla manualità ad esse collegate.

Matteo Innocenti

 

 

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