Mario Sironi tra Futurismo e Metafisica

Gli incontri decisivi, da cui deriva un rapporto importante e magari una profonda amicizia, sono spesso inaspettati. Partendo per la Svizzera in viaggio di nozze, i coniugi Eric e Salome Estorick non potevano certo immaginare che, tramite una serie di conoscenze trasversali, avrebbero incontrato a Milano Mario Sironi (Sassari, 1885 – Milano, 1961). Né l’artista doveva attendersi che un mattino, grigio come tanti altri eppure speciale, avrebbe ricevuto la prima visita di un ammiratore straniero.
È il 1948, l’occasione sarà feconda di conseguenze per entrambi: Estorick ne riceverà l’impulso fondamentale a diventare collezionista, da allora con inclinazione particolare per l’arte italiana, mentre l’artista avrà l’opportunità di esporre e farsi conoscere in terra inglese.
Sironi non fu certo una personalità semplice, la sua adesione al fascismo è nota; dunque non stupisce che proprio un americano, libero da ogni pregiudizio storico, sebbene di origine ebrea, potesse riconoscerne in modo incondizionato l’alto valore.
Ma qual è esattamente il ritratto che emerge dalla collezione grafica, tutta risalente al periodo giovanile, acquistata da Estorick e ora temporaneamente esposta al Museo delle Icone Russe di Peccioli? (Comune che, vale la pena di ricordarlo, da tempo s’impegna in iniziative culturali efficaci.) Questa prima produzione oscilla fra termini opposti: da una parte la tentazione del dinamismo futurista, dall’altra il fascino misterioso dell’immobilità metafisica. Nel mezzo, senza che ve ne sia ancora una chiara consapevolezza autoriale, s’intravede il termine medio e risolutore: la linea robusta del disegno.
Appunto il disegno, i contorni ruvidi, gli impasti densi sono elementi che Sironi approfondirà con costanza per tutta la vita, fino ad arrivare a uno stile personale inconfondibile. Mario Sironi - Senza titolo (Uomo che apre la porta) - 1932 - acquarellatura nera, carbonicino e gouache su carta - cm 25,5x22 - courtesy Estorick Collection, LondraEd è evidente ormai che emarginare il pittore a un ruolo minoritario proprio per questo – per una maniera arcaizzante, che si vorrebbe derivata da posizioni ideologiche reazionarie – non è che prassi scontata e dozzinale. C’è piuttosto la necessità di riesaminare le ragioni profonde di una scelta e i risultati che a essa conseguirono.
Il fatto stesso che l’artista abbia prima sperimentato e poi abbandonato Futurismo e Metafisica è una testimonianza importante. Potrebbe rivelarci che il successivo Novecentonon fu soltanto una parentesi di mediocrità intellettuale o un servile compromesso con il potere ma, almeno nei suoi esponenti più validi, una presa di coscienza circa l’inutilità in arte di concetti come vecchio e nuovo.
Dopo la dissoluzione delle regole formali a opera della avanguardie, davvero si poteva ritenere più innovativo un epigono del Cubismo piuttosto che un cultore della classicità? Il ritorno alle origini non fu conseguenza delle rivoluzioni precedenti? E, ipotizzando con più azzardo, immaginiamo un percorso che da quel punto giunge fino a noi: il postmoderno, il manierismo, o come si voglia definire quest’epoca, non è ancora citazione ed elaborazione del già visto?

Matteo Innocenti

 

Mario Sironi tra Futurismo e Metafisica
Museo delle Icone Russe F. Bigazzi
Piazza del Popolo, 5 – 56037 Peccioli (PI)

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