All’evidenza dei fatti, la Fondazione Trussardi rappresenta una delle realtà italiane più strutturate ed efficaci nella promozione dell’arte contemporanea, con quasi un decennio di attività segnata dai forti investimenti dell’azienda e dal rapporto “privilegiato” tra Massimiliano Gioni e un nutrito gruppo di autori internazionali al vertice.
Dalla proposta complessiva è emersa ed emerge una tendenza costante allo “spettacolare”: fattore che riguarda sia la tipologia delle opere – grandi dimensioni, appariscenza, impatto emozionale, installazione invasiva ecc. – sia le reazioni suscitate nel pubblico, solitamente polemiche (che, nel caso specifico, sono prova di una capacità di causare clamore, più che di una reale contestazione).
Inserita con intelligenza in tale prospettiva, la mostra 8½, prima grande collettiva della fondazione, in omaggio al centenario del marchio, si propone come una sequenza auto-celebrativa d’immagini straordinarie. E se nel capolavoro di Fellinicitato dal titolo l’inventiva del protagonista, disorientata da un blocco dell’ispirazione, generava infine un’enorme piattaforma per un’astronave assolutamente inutile, per analogia l’esposizione relaziona opere che, seppur molto diverse, sono frutto maturo di intuizioni estetiche debordanti.
Peter Fischli & David Weiss - Parts of a Film with Rat and Bear - 2008 - still da video - 54' - prodotto con il supporto della Fondazione Nicola Trussardi - courtesy gli artisti & Sprüth Magers, Berlino-Londra & Galerie Eva Presenhuber, Zurigo & Matthew Marks Gallery, New York
È esemplificativo del senso generale, per paradosso, il lavoro formalmente più ordinario del contesto, il neon di Martin Creed posto all’entrata e riscattato da tutto quanto si vedrà dopo: Everything is going to be allright. La carrellata prosegue con visioni ormai celebri, tra cui l’auto bianca più roulotte uscita dalla pancia della terra, di Elmegreen & Dragset, il Bush orgiastico della Pig Island diPaul McCarthy, l’autoritratto gigantesco e aerostatico di Pawel Althamer, la casa di pane di Urs Fischer, lo spogliarello della ragazza-scultura di Tino Sehgal.
Particolari ma per ragioni differenti i video di Tacita Dean, Still Life e Day for Night, unica opera davvero intimista tra quelle presentate, e l’anteprima nazionale di We, coppia di piccoli Maurizio Cattelan mezzi morti e mezzi vivi, convincenti per incisività e ironia ma non tra i risultati più originali dell’autore (discorso riferibile anche alle due fotografie di Paola Pivi).
Al di là comunque della questione di merito sulla potenza e sui limiti di questo tipo di arte – che si nutre delle azioni e degli oggetti comuni, per trasferirli da una dimensione già di per sé spettacolarizzata a un’altra parossistica – e considerandone invece il riconoscimento che da tempo riceve, e in qualche misura la vitalità che comporta, è inevitabile notare il distacco rispetto alla nostra scena nazionale: gli italiani che vi si riferiscono sono pochi e, potendo scegliere, preferiscono proseguire la ricerca in altri Paesi.
Maurizio Cattelan - We - 2010 - struttura in fibra di vetro, gomma uretanica, legno, abiti - cm 148x79x68 - courtesy l’artista & The Dakis Joannou Collection, Atene - photo Marco De Scalzi
Dunque, una mostra come 8½, innegabilmente esuberante, di riflesso può diventare monito contro quell’errore che così spesso riguarda anche le ultime generazioni nostrane: la rimeditazione infinita sulle idee e sulle pratiche degli scorsi decenni.

Matteo Innocenti

 


a cura di Massimiliano Gioni
Stazione Leopolda
Viale Fratelli Rosselli, 5 – 50144 Firenze