Roya Amini incentra la propria ricerca sulla questione dell’identità, considerandone la complessità inesauribile, secondo la prospettiva che guarda l’io come a un orizzonte significativo, mai del tutto descritto dalla definizione (o meglio dalle definizioni) che ne diamo, né dai modi in cui lo percepiamo, rappresentiamo, poniamo a contatto con altri sé; eppure, di converso, l’indagine prosegue, e del resto è sempre proseguita, come testimonia senza dubbio il lungo percorso dalla massima oracolare del conosci te stesso e dagli inizi della filosofia, alle quasi infinite declinazioni che si sono seguite senza soluzione di continuità nel corso delle epoche. Come è da intendersi più nello specifico questa ricerca? Non si tratta di una mera indagine biografica, il cui fine sia quello di collocare la propria individualità in un certo momento storico e secondo delle condizioni sociali e culturali distinte, piuttosto essa riguarda la possibilità di venire a un qualche confronto con l’abisso a cui spalanca ogni tentativo di risposta sull’io. Entro tale quadro, nel regime della visibilità in cui si esprime Roya in quanto artista, mi sembra di riconoscere soprattutto due note peculiari: la differenza che deriva dalla ripetizione, e la materia. Cercherò di descrivere in maniera sintetica come intendo entrambe, per condividere una possibile lettura delle opere esposte.

L’artista ricorre primariamente alla fotografia, e nella fase più recente anche al video, mettendo in atto una sorta di variazione sul tema, attraverso una combinazione di contesti, situazioni e tecniche. Alle sperimentazioni, nel tempo, sono conseguite differenti serie di immagini. Quelle in mostra costituiscono solo una parte, ma indicativa del percorso svolto durante gli anni: le foto in vetrina che fingono scene di vita quotidiana tramite l’uso degli arredi esibiti, e che scaturiscono una tensione tra il rivelarsi allo sguardo altrui e la simulazione, del resto la vetrina è uno spazio completamente aperto ma inaccessibile; le figure di apparenza pittorica che affiorano dalle pellicole trasparenti, così incerte da mutare in successioni di forme astratte, o da diventare dei fantasmi, secondo l’etimologia del termine (la parola latina phantasma è derivata dal greco e sta per ciò che appare o per visione); le polaroid più volte esposte e riportate su altri supporti, che dunque vanno oltre il carattere precipuo di immediatezza; le raccolte da sfogliare di immagini solo parzialmente visibili, simili a ricordi evocati ma indefiniti; gli scatti coperti e rivelabili sotto uno strato di vernice termosensibile.

L’estrema diversificazione, a cui si è solo accennato, trova un principio di stabilità nella presenza fisica, infatti Roya è sempre il soggetto, sebbene ogni volta muti di aspetto. Per mezzo delle tecniche a cui ricorre sia dentro le immagini che nei processi di stampa e di fissazione, lei non appare mai in maniera riconoscibile. Si potrebbe riferirsi al travestimento, ma poiché la dimensione è tutt’altro che superficiale, mi pare che sia meglio intenderla come una incessante metamorfosi delle apparenze. Dunque, esiste una costante o un elemento che viene ripetuto, il corpo dell’artista, il quale, posto come soggetto di una continua trasformazione, finisce per essere sottratto alla propria individualità, in favore di una dimensione rappresentativa più ampia. Questa circolarità di ripetizione e differenza non conosce sviluppi, semmai declinazioni. L’insieme delle opere non chiarisce progressivamente i termini dell’identità, ogni serie vale come un’ulteriore formulazione della medesima domanda, come un esperimento condotto da un punto visuale appena spostato. Da ultimo, ciò che viene testimoniata è l’impossibilità di fermarsi in un punto: l’essere è un movimento privo di stasi. La meraviglia e l’angoscia dinanzi al perenne sfuggire di ciò che vorremmo bloccare, magari solo per un istante, si risolve in altro che nel mero sconforto; il processo appare perturbante e rischioso, questo sì, ma l’io muta anche per adattarsi. Scrive l’artista: «Questa apertura porta con sé un senso di inquietudine. Quando l’identità si fa troppo fluida, emerge il rischio di smarrirsi: dove finisco io e dove comincia l’altro? Il disorientamento si intensifica soprattutto nel confronto con contesti nuovi, segnati da dinamiche sconosciute o da strutture percepite come rigide ed escludenti. Di fronte a queste condizioni, il sé reagisce adattandosi, frammentandosi o ritraendosi, cercando di preservare una propria integrità anche attraverso forme di sottrazione.» Dal passaggio si rileva bene quale ruolo abbia il rapporto immancabile tra l’io e l’altro. Le fotografie agiscono come un campo di forze, dentro al quale i modi in cui ci rappresentiamo e i modi in cui si è visti vengono relazionandosi con la massima intensità.

La dinamica tra il dentro e il fuori, con l’immagine che sta come una soglia, apre a un ulteriore aspetto, con cui vorrei concludere – è peraltro ciò a cui fa riferimento il titolo. La visibilità parziale delle fotografie in mostra, che di fatto, in modo più o meno netto, le rende difficilmente riconoscibili per ciò che davvero sono, ma le rafforza in quanto potrebbero essere, rimanda alla dialettica tra esibire e celare. Quanto appare alla vista è sempre solo una parte. La parte che non viene a rilievo è comunque presente: ciò significa che dalle sue tracce, per evocazione possiamo, anzi, dovremmo, almeno immaginare il resto. «Eppure ciò che sta sotto conosce la differenza e resiste comunque. Là dove non guardiamo più, qualcosa continua a esistere senza permesso. Non chiede di essere visto, solo di non essere dimenticato. Perché anche ciò che è invisibile ha un peso, e quel peso, prima o poi, deforma la superficie.»

Roya Amini nata in Iran, vive in Italia, a Firenze. Membra dell’associazione “Donne Fotografe”, ha studiato fotografia all’Università Azad di Tehran, specializzandosi poi in Arte e Fotografia presso l’Università Honar della stessa città. Nel 2003 si è trasferita in Italia proseguendo gli studi all’accademia LABA. Ha collaborato con la stessa accademia e in seguito ha lavorato come assistente nello studio cinematografico Movie&Sound. Ha partecipato a varie mostre collettive e personali in Iran e Italia .