Italo Tomassoni: Gino De Dominicis l’Immortale

L’eternità dell’arte, l’antichità Sumera, le soluzioni di immortalità. Una vita giocata per assenze. Il critico Italo Tomassoni traccia il ritratto, per certi versi impossibile, di un’artista scomparso da qualche anno, ma da sempre inafferrabile: Gino De Dominicis.

 


De Dominicis resta ad oggi, uno degli artisti italiani più misteriosi…
In effetti è molto difficile fare un discorso su Gino de Dominicis; dato il carattere auto-refereziale, completamente chiuso in sé stesso della sua arte, non si possono usare gli strumenti a cui  di solito ricorrono il critico e lo storico. Del resto è stato l’artista stesso a creare e mantenere un alone di mistero sulla propria vita e sulle proprie opere. Qualcuno ha pensato di risolvere tutto con il riferimento alla civiltà Sumera, ma anche questa non è che una spiegazione occasionale.

 

Appunto è un’arte tenacemente individuale, senza una volontà comunicativa.
De Dominicis non ha mai ritenuto che l’arte potesse e dovesse comunicare qualcosa; è evidente che tale consapevolezza è un elemento di distonia rispetto alla situazione contemporanea. Lui aveva la convinzione che l’opera andasse aldilà del visivo: essa potrebbe restare sepolta per millenni, non essere vista de nessuno, eppure non perdere una goccia della sua energia.

Tra gli elementi fondamentali della sua ricerca, c’era il tempo. Come lo intendeva?
Contrariamente a quanto accade a partire dalle avanguardie storiche, De Dominicis non ha mai avuto un interesse particolare per lo spazio, ma per la categoria temporale. Per lui il tempo era qualcosa che supera l’uomo, una dimensione metafisica con cui misurare la propria opera.

 

Infatti sono celebri le sue soluzioni di immortalità.
Sì, ci ha consegnato quattro soluzioni di immortalità: la seconda è l’immobilità, la terza la bellezza, la quarta l’invisibilità. E la prima? La prima non è riuscito a rivelarla, e chissà che non fosse la decisiva.

 

Una delle opere più notevoli è la Calamita Cosmica. Uno scheletro di circa 24 metri di lunghezza, con un lungo naso e un’asta puntati verso l’alto. Da dove proviene l’idea?
Ricordo che Gino realizzò la Calamita Cosmica nel riserbo più assoluto, io stesso, che lo incontravo così di frequente, ne venni a conoscenza soltanto alcuni giorni prima che venisse esposta per la prima volta a Grenoble nel 1990. E’ un’opera esemplare. Bisogna ricordare che una delle poche convinzioni esplicite dell’artista era il rapporto tra micro e macrocosmo, dunque il legame tra la nostra terra e l’universo. Il naso e l’asta, che poi sono elementi stilistici ricorrenti, stanno ad indicare un collegamento tra due dimensioni.

Forse suggeriscono anche la possibilità di altre forme di vita?
Sì. Gino sosteneva che fossimo circondati da pianeti abitati da esseri più evoluti. Pensava persino che il genere umano fosse spiato.

 

Lei è stato un grande amico di De Dominicis, in che rapporto stavano l’uomo e l’artista?
In coincidenza totale. Non che lui condividesse l’idea della vita come arte e dell’arte come vita. Tutta l’attività performativa, il rapporto con il corpo e così via, non appartenevano alla sua cultura. Diciamo che la sua visione esistenziale era perfettamente complementare a quella evocata dalle opere. Per lui il capolavoro era quanto riusciva a sostanziarsi in un elemento materiale, e da lì creare la forma. Certamente in questo discorso trovavano posto numerosi cortocircuiti concettuali; un esempio su tutti: fotografare una palla per terra e intitolarla Palla caduta da un’altezza di due metri, un istante immediatamente prima del rimbalzo. Questa palla è mobile o immobile?

Se volessimo giocare con le parole, potremmo dire che Gino De Dominicis è immortale?
Sì e in un senso molto speciale. L’immortalità in cui lui credeva non era quella dell’anima, ma quella del corpo. E’ un’idea che nasce dai Sumeri, nell’Epopea di Gilgamesh il re Uruk vive 400 anni e cerca in fondo al mare l’erba della vita perenne. Lo stesso vale per gli Egiziani, che praticarono la mummificazione. Se Gino non ha raggiunto l’immortalità con la propria persona probabilmente l’ha ottenuta con l’arte stessa, quell’arte che è destinata a sconfiggere il tempo dal punto di vista materiale e dello spirito.

 

Matteo Innocenti