Distant Voices, Still Lives di Alessandra Brown – traducibile come “voci distanti” e, cercando di rendere la doppia sfumatura dell’inglese, “vita immobile” o “vita che continua” – inizia dal dialogo con gli abitanti di Lucito e dalla visione di alcuni album fotografici personali: le immagini risalenti a periodi differenti, dall’inizio del Novecento in poi, testimoniano dei viaggi intrapresi da donne e uomini lucitesi in paesi stranieri, alla ricerca di lavoro e di migliori condizioni di vita; gli scatti, in pose più o meno formali, testimoniano il processo lungo e difficile di integrazione all’estero, della formazione di legami affettivi e di nuclei famigliari.
Tra le persone ritratte ve ne sono alcune di cui in paese non si conserva memoria effettiva, non si può dire chi siano di preciso: l’artista ha scelto alcune di queste immagini riproducendole in scala reale su plexiglas e installandole in case disabitate e diroccate del paese – per i giorni di presentazione delle opere – così evocando, anche attraverso la parziale trasparenza delle stampe stesse, il rapporto dialettico, sempre vicendevole, tra la presenza e l’assenza, il restare e il partire, l’esserci e la memoria.
In modo complementare Alessandra Brown ha chiesto ad alcune famiglie di origine lucitese ma trasferitesi all’estero, di registrare la voce dei figli – a tutti gli effetti emigrati di seconda generazione – nel tentativo di pronunciare un detto dialettale: le voci dei bambini sono state diffuse nell’asilo locale, una traccia di vitalità in rapporto alla progressiva diminuzione di nascite che le circostanze attuali, qui come in molti altri paesi, hanno determinato.

Matteo Innocenti – Vorrei iniziare questa intervista da due aspetti che tornano costanti nella tua ricerca: il tempo e la memoria – che in modo evidente, ma con diverse possibilità e implicazioni, sono tra di loro in relazione. Quando comincia e da dove proviene questo tuo interesse?

Alessandra Brown – A dire il vero, non so bene da dove nasca, ma ricordo che sin da piccola collezionavo tante piccole tracce che avevano segnato il mio percorso: appunti, biglietti o piccoli oggetti di scarso valore da cui però non riuscivo a staccarmi e che conservo tuttora. Sono testimonianze di avvenimenti che non voglio dimenticare e credo di attribuirgli il potere di riportarmi al momento preciso in cui le ho raccolte.

MI – La “traduzione” formale di questa tua attitudine che corso ha avuto? Te lo domando anche perché tu hai una formazione varia, avvenuta in due paesi, Inghilterra e Italia.

AB – Inizialmente questo interesse nei confronti del tempo e della memoria mi ha portato a iscrivermi alla facoltà di Storia a Bologna. Una volta concluso questo corso di laurea, ho approfondito e in parte virato i miei studi in direzione dell’arte facendo un master in Storia e Filosofia dell’Arte presso l’università del Kent, a Canterbury (UK).
Quando sono tornata in Italia, però, sentivo l’esigenza di un approccio più concreto nei confronti dell’arte, così mi sono iscritta all’Accademia di Belle Arti di Bologna ed è qui che sono riuscita a “chiudere il cerchio”, traducendo il mio interesse per la storia, la memoria e il tempo in linguaggio artistico.

MI – La fotografia è un medium a cui ricorri abitualmente; quali sono gli aspetti specifici che ti hanno portato a considerarla e approfondirla?

AB – Della fotografia mi affascinano due aspetti in particolare: il primo riguarda il fatto che è uno dei mezzi più potenti che abbiamo a disposizione per fermare il tempo e visualizzare il passato; il secondo riguarda la mia modalità di scattare, che tende verso un approccio tipologico-seriale, tramite il quale creo degli archivi su svariati soggetti che spesso diventano la base per altri progetti/idee.

Alessandra Brown – Assopimenti e Attese – 2017

MI – La fotografia ha avuto un ruolo fondamentale anche nella tua esperienza di residenza, dapprima per la “scoperta” di alcuni album di scatti famigliari. Mi piacerebbe che ripercorressi le prime sensazioni e intuizioni dopo il tuo arrivo a Lucito.

AB – Durante i miei primi incontri con gli abitanti, i quali mi raccontavano aneddoti sulla storia del paese, chiedevo di poter vedere qualche immagine inerente ai racconti a cui si riferivano. È così che ho avuto la fortuna di poter esplorare diversi album privati e di conoscere qualcosa di più personale sulla vita dei lucitesi ritratti nelle foto. Ciò che più mi aveva colpito era il numero di persone che nel tempo avevano lasciato il paese per trasferirsi in altri stati europei ed extra-europei: era più che normale avere i fratelli in America, i cugini in Germania e gli zii in Canada. Le storie di queste famiglie disseminate per il mondo erano quelle che più mi incuriosivano. Mi chiedevo cosa fosse rimasto a loro di Lucito e cosa fosse rimasto di loro a Lucito. Queste due domande sono state la prima intuizione che ho avuto e hanno accompagnato lo sviluppo del progetto in tutte le sue fasi.

MI – A quel punto come hai continuato? La prima volta che mi hai mostrato alcune di queste foto sono rimasto colpito dalla loro bellezza: non mi riferisco tanto all’aspetto estetico, del resto sono scatti convenzionali, ma alla particolare intensità che esse esprimevano. Nelle varie situazioni – feste, celebrazioni, pose in studio nel caso delle più antiche – mi è parso che ci fosse sempre una particolare combinazione tra un’affermazione di felicità (essere in un luogo nuovo) e una sottesa malinconia (non essere più nel luogo di origine).

AB – Sì, le foto sono particolarmente potenti proprio perché, nel momento in cui furono scattate, erano già pensate per essere inviate a ‘casa’ (non a caso sul retro si trovano dei messaggi destinati a parenti e amici, quasi fossero delle cartoline), dunque da un lato si legge una certa fierezza nelle espressioni e nelle posizioni corporee assunte dalle persone che avevano scelto una vita nuova rispetto a quella che avevano lasciato in Molise e dall’altra si percepisce una certa malinconia appunto perché l’interlocutore rimane comunque il luogo di origine.

MI – Puoi raccontarmi di come hai deciso di scegliere alcune di queste foto e di “trasferirle” su un altro supporto, così da realizzare la tua installazione?

AB – Il materiale che raccoglievo nel corso delle settimane si faceva sempre più vasto e data la potenza delle immagini era davvero difficile scegliere quali fossero quelle giuste. Tuttavia, l’intuizione è arrivata quando ho ricevuto un pacchettino di venti fotografie di lucitesi ‘dimenticati’: abitanti che avevano lasciato il paese in diversi momenti del 1900 e di cui, nel corso del tempo, si era persa memoria.
Mi piaceva l’idea di inserire degli ‘sconosciuti’ all’interno di un paese in cui tutti si conoscono e il non sapere chi fossero mi garantiva un ampio margine di libertà e creatività rispetto al come e al dove inserirli nei vari contesti scelti; d’altra parte, queste immagini esprimono nella maniera più eloquente uno degli effetti radicali che il fenomeno della migrazione può assumere.
Per quanto riguarda la stampa di questi soggetti, invece, ho scelto un materiale – il plexiglass – per via della sua trasparenza. Questo è un elemento molto importante del lavoro, perché il luogo e i soggetti in questo modo si compenetrano, diventando un tutt’uno. Le abitazioni abbandonate, in vendita e parzialmente distrutte in cui sono state inserite le foto a grandezza naturale parlano la stessa lingua, poiché sono luoghi che contengono storie sconosciute o dimenticate. Nel riaprire le loro porte e nell’esplorare gli interni, credo di aver provato la stessa emozione che sentono gli archeologi quando rinvengono dei reperti, ma con l’aggiunta libertà di poter immaginare e riscrivere delle nuove storie al loro interno.

MI – Interessante anche che tu abbia lavorato mantenendo una scala realistica, le foto hanno dimensioni simili a quelle delle persone. In effetti è come se alcuni luoghi abbandonati fossero tornati a ospitare delle presenze.
Il giorno dell’inaugurazione che sensazioni hai avvertito nei lucitesi? Io ho avuto l’impressione che tu avessi “rivitalizzato” una parte di memoria legata in modo forte all’emotività.

AB – Anche io ho trovato che il coinvolgimento emotivo fosse evidente. I lucitesi erano entusiasti all’idea di poter rientrare all’interno di luoghi che un tempo frequentavano con regolarità. Mi hanno raccontato tante storie sulla vita di quelle parti del paese ed erano stupiti che fossi riuscita a trovare le abitazioni, benché si trovino a due passi dal centro. Questa reazione mi ha fatto pensare che certe zone di Lucito sono come state cancellate dall’immaginario collettivo, al punto da sembrare difficili da trovare. Era come se questo stato di abbandono avesse allontanato anche fisicamente i luoghi, benché nei fatti si trovino a pochi minuti dalle loro case. Dunque, anche se in via temporanea, credo che il mio intervento abbia riacceso delle connessioni e accorciato le distanze, tanto da un punto di vista psicologico che da uno fisico, tra gli abitanti e la loro terra.

MI – Inoltre hai lavorato a un’installazione sonora, da ascoltare nella scuola del paese. Come hai sviluppato questa parte del progetto?

AB – Questa parte del progetto lavora in parallelo con l’altra, nel senso che è sempre una riflessione sull’essere presenti e assenti al contempo, ma si è espressa con un linguaggio che unisce la dimensione sonora a quella visiva.
Tramite l’aiuto di diverse famiglie, ho raccolto un insieme di voci di bambini di discendenza lucitese, che vivono all’estero o in altre parti d’Italia, nel tentativo di enunciare nel dialetto del paese alcuni modi di dire tipici. Ho poi installato questo insieme di voci all’interno di un luogo che ritenevo simbolico, ovvero la scuola dell’infanzia, proprio perché il suo futuro utilizzo è incerto per via dell’assenza fisica di bambini nel paese.
L’intervento è una riflessione amara sulla condizione attuale da un lato, ma dall’altro tenta di mostrare come Lucito viva anche al di fuori dei suoi confini. Volevo sottolineare l’importanza di raccontare alle generazioni future le proprie origini, restituendo dei frammenti d’identità che li riguardano.

MI – Che considerazioni ti senti di fare su questa esperienza di residenza? Sia in relazione al contesto che alle dinamiche del progetto e alla tua ricerca.

AB – L’essere lontani dall’abituale contesto di lavoro mette sicuramente alla prova, tuttavia, credo che chiunque partecipi a questo bando di residenza, concorre proprio per tale motivo. L’idea di sviluppare un progetto ex novo sulla base di un luogo da esplorare e di una comunità da scoprire mi entusiasmava, ma certamente è una sfida lavorare con scadenze a progetti ambiziosi.
Fortunatamente, Lucito mi ha subito molto stimolato, perché nella sua storia e in quella dei suoi abitanti ho trovato diversi elementi che si allineavano con i temi che guidano la mia pratica; uno degli aspetti che più ho apprezzato di questa residenza è di offrire strumenti concreti per realizzare delle idee che normalmente mi troverei a dover ridimensionare in un modo o nell’altro. Invece a Lucito avevo l’impressione che, nel limite del possibile, ogni idea si potesse attuare (anche quelle che ero certa sarebbero state bocciate!), e questo grazie al supporto degli organizzatori e alla collaborazione degli abitanti. Infatti, un altro elemento che ha caratterizzato l’esperienza è stato il ruolo pervasivo della collettività, che è entrata a fare parte del progetto a 360°, non solo nei temi affrontati che li riguardavano, ma anche nelle fasi di sviluppo giornaliero: dalla raccolta dei materiali all’allestimento, la presenza dei lucitesi è stata indispensabile alla riuscita del mio progetto.
La grande libertà di azione e la stretta collaborazione con la comunità sono due dinamiche con cui mi sono rapportata per la prima volta, la residenza mi ha dato l’opportunità di scoprirle.

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