Camminare l’orizzonte. Frontiera. Dust Space, Milano

CAMMINARE L’ORIZZONTE. FRONTIERA

Ermanno Cristini in naufragio con:
Ilaria Bombelli, Giovanna Caliari, Ronny Faber Dahl, Al Fadhil, Giulio Lacchini,
Wu Tianji, Bao Ting, Virginia Zanetti
Contributo di testo di Matteo Innocenti

Opening martedi 18 aprile ore 18

DUST SPACE, Milano
ingresso lato cortile via Comasina 81 angolo via Teano 2
18 – 30 Aprile 2017

Camminare l’orizzonte: l’articolo determinativo indica uno stare “dentro”, e non “su”. Poiché l’orizzonte è per definizione un altrove, che sfugge continuamente allo sguardo, Camminare l’orizzonte è uno stare dentro l’altrove, con quella continuità che è suggerita dall’idea stessa di linea.
Forse è lungo quella linea che si perdono sia lo sguardo del viandante di Friedrich che la rotta della barca di Bas Jan Ader perché se l’orizzonte non ha luogo il viaggio che esso chiama è un viaggio senza scopo, quel viaggio che si realizza nel viandare e che ha il naufragio come presupposto.
Ma forse è anche lungo quella linea che si perdono i confini aprendosi all’ idea di frontiera, lì dove si “fanno fronte” le diversità per nutrirsi dell’attrito della propria alterità.
Da questo punto di vista allora Camminare l’orizzonte vuole essere un laboratorio epistemologico per praticare, come si conviene all’arte, il territorio mobile dell’eterotopia. In pari tempo esso asseconda il desiderio di sollevarsi in punta di piedi per osservare, con gli occhi chiusi, lo spazio necessario dell’utopia, forse l’unico luogo dove parlando altre lingue possiamo parlare la nostra.

Ermanno Cristini

Ermanno Cristini – To be late fourth day, 2016, PROGR, Berna


L’orizzonte e la frontiera
di Matteo Innocenti

Oltre ogni valore poetico, la natura convenzionale dell’orizzonte è certa. Sappiamo bene avere esso apparenze infinite quanti i punti di osservazione e che ogni spostamento nel senso delle coordinate geografiche lo cambia. Se in particolari contesti ci favorisce pensarlo reale e stabile, lo stesso un suo passaggio dalla dimensione speculativa a quella fisica risulta infondato: da cui un equivocare sino a esiti arbitrari, purtroppo, quanto il loro assunto.
Va inoltre considerato che il concetto di orizzonte ne include o ne fa conseguire una moltitudine di altri tra cui spicca, almeno per la nostra attualità, quello di frontiera (dal vasto seguito sinonimico: confine, limite, demarcazione…). Anche qui non è in questione se la frontiera sia fissa o mutabile – la prima opzione non ha alcuna dimostrabilità – si tratta semmai di interrogarsi sulla qualità dei processi che attraverso essa avvengono, così da indirizzarli al meglio. Ormai siamo pronti a una simile declinazione del discorso: come divenire influenti in modo positivo sui processi piuttosto che negarli o forzarne l’interpretazione.

Proviamo a dare una collocazione contingente alle considerazioni accennate, per trarne almeno una conseguenza. La dinamica della chiusura degli stati nazionali – espressa perlopiù nella forma di una tentazione sempre sul punto di avverarsi, e in quanto tale densa di suggestioni vagliate più dagli istinti che dalla riflessione; vi è la recente storia di bellicosità mondiale a fungere da freno ma il suo effetto forse non durerà ancora – tale dinamica appunto poggia su una valutazione, di massima, priva di riscontri effettivi. Si tratta della necessità di difendere la civiltà nazionale tramite la difesa delle frontiere, per la presunzione che il germe virulento sarebbero i flussi non regolamentati e regolamentati in passaggio dalle stesse. Ridotto ai termini essenziali: cittadini non originari che si installano in altri paesi, sangue diverso che minaccia di rendere spurio il sangue indigeno per poi compromettere il corpo sociale, economico, culturale. Dalla prospettiva storica, basata su testimonianze e fonti, osserviamo però che le civiltà si sono sempre indebolite o estinte per un processo interno e non esterno. Perché scordarlo?
La messa in pericolo proviene prima di tutto da una decadenza endemica che assume varie forme, ristagno economico, corruzione, indifferenza civile, apatia culturale, mancanza di empatia e così via. Tale è l’apertura, figurata, che dovremmo evitare, non altre. Certo ai fini di una propria assoluzione risulta più semplice imputare le responsabilità ad altri, magari ricorrendo proprio al processo di camouflage degli effetti in causa efficienti. La retorica del saremmo sani se non ci tormentassero dall’esterno. I nemici si moltiplicano, in un processo di accerchiamento che giunge fino allo steccato di casa.
È appunto in tale condizione di irresponsabile rinuncia che la frontiera da uno stato di necessità – come necessario è il dentro fuori del respiro – diventa insieme ragione di debolezza e opportunità affabulatoria.

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