Luca Pancrazzi: Mi disperdo e proseguo lasciandomi indietro un passo dopo l’altro

LUCA PANCRAZZI, FILI DA TE DI-VERSI DA ME, 1984-2014, INSTALLAZIONE, FILI A PIOMBO, DIMENSIONI AMBIENTALI + FUORI REGISTRO, 2008, ACRILICO SU TELA, 225×150

LUCA PANCRAZZI, FILI DA TE DI-VERSI DA ME, 1984-2014, INSTALLAZIONE, FILI A PIOMBO, DIMENSIONI AMBIENTALI + FUORI REGISTRO, 2008, ACRILICO SU TELA, 225×150

Inaugura questa sera – giovedì 8 maggio 2014 nello spazio Assab One di Milano – la mostra di Luca Pancrazzi “Mi disperdo e proseguo lasciandomi indietro un passo dopo l’altro” (fino al 27 giugno).
Un progetto complesso e originale che attraverso varie opere – disegni, oggetti, sculture, esercizi dall’archivio e altro a impegnare 1500mq di spazio – approfondisce i temi del tempo e del paesaggio, restituendo così un originale atlante immaginativo dell’artista.

Matteo Innocenti ne ha parlato, in un’intervista in anteprima, con il curatore Pietro Gaglianò.

Matteo Innocenti: Mi disperdo e proseguo lasciandomi indietro un passo dopo l’altro: indotto anche dal tuo testo sulla ricerca di Luca mi immagino un viaggio, fatto di cose molto differenti – traccia o sedimenti di tempi vari – ma in cui punto d’inizio e di fine si toccano a descrivere un andamento circolare. In che modo è scaturita l’idea e come avete scelto di condurla?

Pietro Gaglianò: Il progetto di questa mostra nasce proprio come un viaggio: lo spostamento dello sguardo attraverso lo spazio incardina una parte amplissima del lavoro di Luca.  Ma questo è anche un viaggio attraverso il tempo, un esercizio di recupero di tutte le ramificazioni del suo atlante immaginativo: opere e tracce di visioni che sono riemerse dallo sterminato archivio di Pancrazzi; è lì, nel suo studio di Milano, e in parte in quello in Toscana, che il progetto ha via via preso forma. In questo modo la mostra si è costruita per accumulazioni, per sovrapposizioni e approfondimenti, anche dietro la sollecitazione degli spazi di Assab One, che si articola quasi come un luogo dell’intelletto, dove le porte si aprono su realtà insospettabili, e le stanze si ampliano o si restringono fino a comprendere universi sospesi e mettere a fuoco microcosmi. Siamo davanti a una specie di archivio mentale, che si dissolve mentre viene percorso, e nel suo essere  mai terminato trova anche la ragione del suo continuare a esistere e ad alimentarsi.

M.I.: Credo che tale progetto richieda e insieme inneschi una particolare predisposizione anche nell’osservatore…

P.G.: Sì, non è una mostra da vedere, è più un viaggio da percorrere, impegnando chi lo compie in un lavoro di individuazione, di scoperta, di decifrazione. Ci sono esposte ottanta opere su una superficie di quasi 3000 metri quadrati, e camminare lungo la traccia indicata dai lavori stessi costituisce forse l’ottantunesima opera.

M.I.: L’errore nella declinazione del verbo sparire in sparare, il fuori scala dei paesaggi, o ancora la tautologia  di un proiettore d’immagini puntato impossibilmente al cielo; sono alcuni esempi, in cui si sente la consapevole “presenza” di una mancanza, se mi passi il gioco di parole. Tu definisci ciò come “il tentativo di restituire l’oggetto di una visione raccolta sul limite della sua percepibilità”, puoi approfondire questo aspetto?

P.G.: Nel testo che ho steso per la mostra cito Derrida e gli “indecidibili” come un riferimento imprescindibile per lo studio del lavoro di Luca. Nella sua ricerca siamo sempre al cospetto di una sintesi formale che contiene opposti, e anche nel suo enunciarsi quasi arriva a negare se stessa. Un caso esemplificativo sono i quadri realizzati con un unico colore, il bianco, su tela color ocra (e su un piano simile le grandi grafiti su carta) dove lo sforzo si concentra sulla rappresentazione di una visione impossibile, un paesaggio catturato contro ogni opportunità di luce e punto di vista: è la rappresentazione di uno stato di tensione, e emerge una presenza che contiene il desiderio di qualcosa appena oltre il margine della tela.

M.I.: Assab One è uno spazio di matrice industriale, molto esteso. Tra le parole centrali della mostra vi sono paesaggio, orizzonte, visione, ricordo. Come avete relazionato la specificità dell’ambiente alla scelta delle opere e al loro allestimento?

P.G.: Mi è già capitato di confrontarmi con spazi industriali dismessi, ma Assab One è davvero raro per avere mantenuto tutta la memoria della sua storia produttiva, rimasta intatta anche attraverso i molti progetti artistici che ha ospitato dal 2002 in poi. È, anche grazie alla passione di Elena Quarestani, un luogo di possibilità aperte. Contiene storie narrate che non è mai possibile ignorare. E pure nella sua fortissima caratterizzazione è anche uno spazio flessibile e versatile. Inoltre la sua architettura rientra pienamente in quell’atlante immaginativo di cui ho detto prima, che nutre tutta la ricerca di Pancrazzi. Questo ha volte ha prodotto delle eco affascinanti, dei riflessi dello spazio nell’opera completamente originali, tanto più forti perché nel progetto di allestimento è stato evitato ogni tipo di commento, di azione didascalica.

M.I.: Un progetto che cambia nel suo farsi e che però recupera molto dal passato personale: mi pare che da parte di Luca ci sia la volontà di una ricognizione, un vedersi al momento presente per indirizzarsi al futuro. Che cosa ne pensate?

P.G.: L’idea della retrospettiva è emersa più volte come uno spettro lungo il processo di ideazione e allestimento, credo che sia inevitabile quando si apre un confronto con un panorama vasto come quello che c’è alle spalle di Luca Pancrazzi. Tuttavia sarebbe riduttivo (e del tutto improprio) leggere la mostra in questo senso, si tratta piuttosto di un punto di sosta, esattamente come dici tu, un modo di rivedersi rispetto al presente più che rispetto al passato. Il forte segno autobiografico di questa mostra viene svolto anche nel titolo e mantiene un atteggiamento dubitativo, direi quasi irresoluto rispetto alla definizione di sé, che rivela un altro aspetto importante della ricerca di Luca: questa capacità di mantenere aperti gli orizzonti, di tornare sulle opere e sui patrimoni di idee e di visioni, come se fossero pozzi inesausti di nuove sollecitazioni. Un viaggio che non finisce mai, e che cerca sempre un nuovo punto di inizio.

P.G.: E aggiungo – poiché credo che lo scambio sia stata una componente fondamentale – quanto incide sulla tua ricerca questa disposizione “in tempo reale”?

M.I.:Lavorare con Luca, e su Luca, mi ha restituito la passione per un progetto ravvicinato, per l’analisi del linguaggio che spesso, alle prese con le urgenze dei confronti con la sfera pubblica, lascio in secondo piano. È stato anche importante potermi concedere un lungo tempo di condivisione, e creare “un passo dopo l’altro” una mostra impegnativa, che richiede sforzo filologico e sguardo alato. Rimane ora il desiderio di approfondire questa relazione, magari con un progetto scientifico, di lunga durata.

LUCA PANCRAZZI, BOTTIGLIA PERFETTA, 2007

LUCA PANCRAZZI, BOTTIGLIA PERFETTA, 2007

 

LUCA PANCRAZZI, MI DISPERDO E PROSEGUO LASCIANDOMI INDIETRO UN PASSO DOPO L’ALTRO, 2014, CHINA E GRAFITE SU INTONACO, 2420

LUCA PANCRAZZI, MI DISPERDO E PROSEGUO LASCIANDOMI INDIETRO UN PASSO DOPO L’ALTRO, 2014,
CHINA E GRAFITE SU INTONACO, 2420

 

LUCA PANCRAZZI, SENZA TITOLO, 2001, 60X60X156, MATERIALI MISTI

LUCA PANCRAZZI, SENZA TITOLO, 2001, 60X60X156, MATERIALI MISTI